Con un colpo di mano estivo promosso dal ministro Zangrillo e portato a termine dal Parlamento, si compie un nuovo passo verso la differenziazione salariale tra i dipendenti della Pubblica Amministrazione. In nome del merito, del risultato, ma soprattutto del taglio dei costi.
In particolare, l’art. 3, comma b, della legge 119/2026 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 153 del 2026), limita al 30% dei dipendenti di ciascun ente l’attribuzione del punteggio di valutazione massimo, con un impatto evidente soprattutto sul premio di produttività.
Va ricordato che nella primavera del 2025, con il decreto-legge 25/2025, lo Stato aveva concesso di aumentare gli importi destinati alle componenti accessorie del reddito – quelle oggetto della contrattazione integrativa. In quell’occasione fu rivisto il tetto delle risorse destinabili al fondo per i dipendenti, con un conseguente innalzamento del premio fino a un importo massimo di 2.000 euro.
Ora, dal lato opposto, si legifera per restringere il numero di dipendenti che possono accedere all’importo pieno del premio.
A questo punto sarà importante tenere fermo il punto relativo alla quota 75 come punteggio di valutazione utile per fruire dell’importo integrale del premio.
Più in generale occorre ribadire la contrarietà alle pagelline, in quanto strumento di divisione dei lavoratori e di rafforzamento del potere discrezionale dei dirigenti.
Perché non aboliamo le pagelline, trasformiamo il premio di produttività in quattordicesima e sostituiamo le progressioni orizzontali con scatti automatici di anzianità ogni due o tre anni, come avviene in molti contratti del settore privato?
CUB – Sial Cobas – Slai Cobas – USI
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