Il prossimo 8 e 9 giugno si voterà per i referendum sul lavoro fortemente voluti da Landini e la Cgil.
Chiariamo subito che, pur avendo delle grosse riserve che spiegheremo qui di seguito, invitiamo tutti i lavoratori e i proletari a votare 5 Si.
Detto questo, spieghiamo le nostre riserve su questa tornata referendaria.
Riteniamo fortemente sbagliato cercare di riconquistare i diritti persi dai lavoratori, tramite un voto referendario interclassista. Un appello alle urne dove oltre ai lavoratori diretti interessati saranno chiamate al voto (o al non voto dell’astensionismo) le classi sociali avversarie. Quale voto potranno esprimere i grandi e piccoli imprenditori, i liberi professionisti, i lavoratori in proprio?
Questi diritti persi andavano difesi con i denti e troppo spesso anche la Cgil, si è dimostrata incapace di promuovere una dura resistenza. Ricordiamo le misere quattro ore di sciopero contro la Riforma Fornero, la debole mobilitazione contro il Jobs Act, ecc.
A questi referendum doveva essere affiancato quello contro l’Autonomia differenziata che avrebbe potuto mobilitare una maggiore affluenza alle urne, la sua inammissibilità aumenta di molto il rischio dell’astensionismo e quindi del mancato riconoscimento del voto. Inoltre, la Cisl è contraria. I partiti governativi, come era prevedibile invocano l’astensione per non far raggiungere il quorum. Seppur in ritardo è arrivato l’appoggio del PD, anche se è un po’ zoppicante viste le dichiarazioni dell’ala riformista Bonaccini in testa.
Affermare che votare ai referendum sia rivolta sociale, affermare che, se si vince il referendum il giorno dopo milioni di lavoratori vedranno migliorati i propri diritti è semplicemente qualcosa di fuorviante ed illusorio per i lavoratori. Quante volte referendum vinti sono stati ignorati dalla classe politica?
Il primo quesito: propone, nelle imprese con più di 15 dipendenti, di abrogare le deboli sanzioni in caso di licenziamento nullo, ingiustificato o illegittimo introdotte dal Governo Renzi con il “Job’s Act” nel 2015, ripristinando le regole previste dalla legge 92/2012 (Riforma Fornero).
Sicuramente una protezione maggiore rispetto il “Job’s Act” ma in ogni caso inferiore rispetto l’art. 18 originale. Infatti, la Riforma Fornero aveva profondamente ridotto le possibilità di reintegro dei lavoratori in caso di licenziamento illegittimo.
Non vi sarà quindi un ritorno all’originale disciplina sanzionatoria forte prevista dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970, che era ciò che agiva da reale deterrente contro i soprusi delle aziende.
Il secondo quesito: propone di eliminare, nelle imprese sotto i 15 dipendenti, i massimali economici di risarcimento in caso di licenziamento ingiustificato (oggi previsti a 6,5 mensilità). Saranno quindi i giudici a dover stabilire l’indennizzo equo per il lavoratore, tenendo conto di: anzianità di servizio, dimensioni aziendali e comportamento delle parti. Ciò però non significa automaticamente che i giudici determineranno indennizzi onerosi per l’azienda condannata: sempre più spesso vediamo tribunali che condannano le aziende a indennizzi minimi, mentre colpiscono i lavoratori con decine di migliaia di euro di spese processuali. Inoltre, il datore di lavoro continuerà comunque ad essere libero di non reintegrare il lavoratore colpito da licenziamento ingiustificato.
Il terzo quesito: eliminerebbe il sistema dei contratti a termine “acausali” disponendo la possibilità di rinnovare i contratti a termine solo nei casi previsti dai CCNL oppure per sostituzione di altri lavoratori. Due osservazioni: il quesito non interviene in merito alla durata esagerata consentita per rinnovare i contratti precari: infatti le aziende potranno continuare a fare un contratto di assunzione più quattro proroghe, entro un periodo massimo di 2 anni (come previsto dal Decreto Lavoro del Governo Meloni).
La seconda osservazione riguarda le causali per la proroga dei contratti a termine: lasciarne la definizione ai soli CCNL (che sono centinaia) significa differenziare fortemente le discipline tra i lavoratori dei vari settori, creando incertezza. Inoltre, la maggior parte dei CCNL non codifica neanche queste causali, aprendo al rischio che l’azienda le possa individuare autonomamente imponendole al dipendente.
Le causali dovrebbero essere poche, precise ed uguali per tutti, ma questo non può essere disposto con un referendum che ha solo funzione abrogativa.
Il quarto quesito: mira ad estendere la responsabilità del committente, appaltante lavori o servizi, per i danni derivanti dagli infortuni sul lavoro subìti dai dipendenti dell’appaltatore e di ciascun subappaltatore oltre la quota indennizzata dall’Inail.
Il quinto quesito: vuole ridurre da 10 a 5 gli anni di residenza legale in Italia richiesti per poter fare domanda di cittadinanza italiana, che una volta ottenuta sarebbe trasmessa ai figli e alle figlie minorenni.
Ricapitolando, i quattro quesiti sul lavoro, mancano di un certo mordente, essendo meno incisivi di quello che dovrebbero essere,
Questo non vuol dire che dobbiamo boicottarli, anzi, nonostante tutto è necessario sostenere il voto. Semplicemente non possiamo non dire chiaramente che è uno strumento sbagliato, che è una strategia figlia di quel riformismo che ha portato alla perdita dei diritti, all’immobilismo delle lotte dei lavoratori, ai salari più bassi d’Europa.
Nella società capitalistica nulla viene regalato al proletariato e i diritti, il miglior salario le migliori condizioni di vita si conquistano solo con la lotta di classe.
Quindi, il giorno dopo la chiusura delle urne, a prescindere il risultato quello che serve ai lavoratori è la lotta pratica, la contrapposizione effettiva ai padroni.
8-9 giugno vota Sì
Adl Cobas, Cub, Sial Cobas, Slai Cobas
Scarica, leggi, discuti e diffondi: