Articolo di approfondimento
No aumenti differenziali stipendiali.
Come ormai è noto, lo scorso 3 novembre è stata firmata da Uil, Cisl, CSA il contratto funzioni locali triennio 2022/24. La firma arriva dopo tre anni di stallo, durante i quali la proposta della parte datoriale è rimasta pressoché invariata rispetto agli aumenti salariali, dato che ovviamente ha incontrato la contrarietà della CGIL, in contrasto sul tema dall’arrivo del Governo Meloni. Netta è la contrarietà da parte del sindacalismo di base, a cui aderiamo, che continua a rivendicare un sistema salariale collegato all’inflazione reale. Così come un sistema fiscale in cui il fiscal drag non venga combattuto tanto con aggiustamenti di aliquota quanto col ritocco degli scalini all’inflazione (cumulata dal 2007, anno in cui è entrata in vigore la soglia a 28 mila euro). Un’idea, la nostra, diametralmente opposta da quel che viene proposto dal governo e dalla triade di sindacati gialli firmataria del nuovo contratto.
Cosa ha spinto la Uil, contraria fino a qualche giorno fa, a cambiare idea?
Niente di speciale. Gli argomenti sono i seguenti:
- la presenza nel testo del disegno della Legge di bilancio dello stanziamento di 100 milioni nel 2026, che salirà a 150 nel 2027 da destinare all’aumento del salario accessorio del comparto Funzioni locali e la promessa riferita al celere rinnovo del triennio successivo (2025/2027) sulla base di un’ipotesi di aumenti del 5% da fine 2027.
- la possibilità di un ulteriore incremento del salario accessorio dello 0.22% del monte salari 2021. Questa possibilità è sostanziata da un fondo costituito da Legge di bilancio del valore attuale di 100 milioni.
Entrambi gli argomenti introducono nelle peripezie sindacali due concetti che dovrebbero incutere terrore nelle tradizionali burocrazie sindacali, ovvero lo spostamento del peso della contrattazione dal livello centrale al livello territoriale. La proposta sul triennio 2025/27 scavalca in pratica la firma di un nuovo contratto inserendo aumenti automatici indipendentemente dagli eventi e trattati nel corso del tavolo sul precedente triennio. Ancor più diretta è la proposta collocata sul salario accessorio, materia trattata recentemente anche nel Comune di Milano di cui vi abbiamo esposto attraverso i nostri canali i nostri dubbi, riassumibili nella critica alla distribuzione largamente ineguale delle risorse.
Quali sono i contenuti del nuovo contratto?
- Anzitutto il dato dell’aumento salariale, purtroppo unico oggetto di interesse di una netta maggioranza di colleghi. Purtroppo ampiamente deludente, considerato l’aumento del 5,78% a fronte di un’inflazione che secondo l’ISTAT è stata del 14,8 e secondo altre fonti del 17%. Siamo grosso modo ad una perdita di potere d’acquisto del 10%, probabilmente la più alta registrata in epoca repubblicana. In soldoni si parla di un aumento di 1.727 € annue per l’area degli istruttori (l’area mediana su cui vien più semplice lavorare di comparazione) che equivale a 132 € lorde mensili per 13 mensilità. Non sarà però l’importo che troverete in busta paga: gli va sottratta l’indennità di vacanza contrattuale ora presente nell’ordine dei 60 euro scarsi) e va considerato in rapporto al salto di soglia Irpef, che offrirà una parte d’aumento all’aliquota che diverrà dal 2026 del 33%. Scatto di aliquota che incide sul salario marginale con un aumento dell’imposizione quindi del 10%.Cosa vedremo quindi sul reddito annuo? Verosimilmente un importo di 70 € lorde tassate prevalentemente al 33%. In sintesi: molto male, anche considerato quanto accaduto nelle altre principali categorie del lavoro dipendente del paese negli ultimi anni, ovvero commercio, metalmeccanici, e soprattutto chimici e bancari.
- In secondo luogo, importante novità normativa, la possibilità della settimana corta, a parità di orario. 36 ore suddivise in 4 giorni, di conseguenza 9 ore al giorno. Suddivisione che rende difficile se non impossibile un eventuale ricorso occasionale al lavoro straordinario per sopperire alle pene del carovita e che rende normale lavorare più di 8 ore al giorno, contrariamente a quanto le convenzioni in materia di salute e sicurezza ricamano. Consigliamo caldamente di non aderire all’iniziativa.
- Il buono pasto per il personale in smart working. Buona notizia. Non una conquista e nemmeno una concessione quanto un adeguamento a quanto disposto da numerose sentenze.
- Le progressioni orizzontali e verticali non registrano alcuna variazione rispetto al contratto firmato nel triennio precedente, se non l’ulteriore proroga per le verticali (o meglio per i passaggi d’area) delle procedure in deroga, accessibili quindi anche da coloro che non hanno conseguito adeguato titolo di studio. Notizia non negativa, se solo partissero procedure di tal tipo, al momento non avvistate all’interno del Comune di Milano se non per sanare la posizione delle educatrici (molte delle quali al lavoro su un profilo non più presente all’interno del contratto).
- La prima (oltre alla questione salariale) delle notizie cattivissime: l’aumento del limite massimo della retribuzione di posizione per i titolari di incarichi di Elevata Qualificazione, da 18 a 22 mila euro.
- La seconda: il potenziamento dell’Organismo paritetico per l’innovazione, a cui in teoria la CGIL, se manterrà la non firma, non parteciperà più, perchè trattasi di organismo a cui hanno diritto all’accesso solo i sindacati firmatari, scelta che va di pari passo con la conferma della presentazione del piano triennale dei fabbisogni di personale non oggetto di contrattazione ma mero passaggio informativo. Leggasi: impoverimento del ruolo delle RSU.
Quale scenario possibile?
Non sappiamo se la CGIL rimarrà fedele alla propria scelta o, al contrario, in nome della conservazione del proprio apparato burocratico, sarà costretta in un secondo momento a firmare il contratto. Non lo sappiamo e nemmeno siamo troppo interessati alla vicenda, considerato che le conseguenze non avrebbero nessun rapporto con la condizione degli attuali lavoratori delle funzioni locali. Condizioni che fanno parlare di profonda crisi collegata al carovita di chi di loro è impiegato nelle grandi città Tanto che molti di noi (lavoratrici, perché prima di essere attivisti sindacali siamo appunto lavoratrici) hanno tirato nonostante tutto un sospiro di sollievo davanti all’avvenuta firma. Questo perché anche i poco più di 40 € netti per un istruttore, nel deserto, sembrano un goccia d’acqua in grado di offrire possibilità di sopravvivenza.
Tutto il sindacalismo che intende giocare il proprio ruolo in maniera non remissiva deve quindi interrogarsi sul come rendere la propria iniziativa più efficace, ricordandosi che il tempo scorre sempre favorevole al padrone. Che il fortino sotto assedio, in assenza di risorse, difficilmente può reggere. Che le parole, le interviste, la semplice comunicazione in cui si dimostra una contrarietà all’offerta datoriale non costituiscono reali forme di lotta. Che l’iniziativa dei lavoratori va ricercata ed attivata molto prima di trovarli a terra privi d’acqua e di cibo. Non abbiamo memoria, in questi tre anni, di proposte di attivazione di forme di lotta per migliorare la proposta contrattuale, a parte l’imposizione dello stallo rispetto al tavolo contrattuale o le sinergie dei sindacati ora di opposizione con la propria parte politica di riferimento. Non abbiamo visto scioperi (se non i nostri) e non abbiamo ascoltato i versi di campagne di promozione dell’opposizione al nuovo contratto. Non abbiamo in sostanza visto agire un’iniziativa sindacale vera e propria e ci troviamo oggi davanti ad uno sciopero generale chiamato dalla confederazione di Landini il 12 di dicembre, a babbo morto. Al netto di quel che si può pensare del singolo episodio, il dato da trarre è quello di un contesto sindacale che coltiva la retorica della sconfitta e l’attitudine al cappello in mano, che a tratti cerca di alzare la testa con grande timore e che non è più in grado di passare ad un piano d’azione, dopo decenni di inerzia. Il chè è un dato di partenza anche peggiore della miseria di aumenti salariali che faticheremo a vedere in busta.
Dal canto nostro, il 28 di novembre saremo in piazza come lo siamo stati nei due scorsi oceanici scioperi, a dimostrazione dell’esistenza di uno spazio politico e sindacale ospitale a chi fra le lavoratrici è ancora in grado di alzare la propria voce nel cuore della notte.